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TRASFERIRSI A VIVERE E LAVORARE IN CANADA (Vancouver):
Andrea e Rosa Gigliotti, sorretti da una grande fede e dall’amore reciproco, si sono trasferiti a Vancouver
Di Silvia Coco



Andrea e Rosa Gigliotti hanno avuto coraggio. Un coraggio di cui forse nemmeno loro si credevano capaci prima di dare una svolta radicale alle loro vite.
Alla ricerca di un posto felice e pieno di opportunità per i propri figli, nel 2008 si sono lasciati alle spalle le difficoltà e le sofferenze per costruirsi una vita in quella Vancouver di cui non conoscevano che il nome.
Sorretti da una grande fede e dall’amore reciproco hanno messo da parte le sicurezza di uno stipendio fisso, le famiglie distanti e una città spenta ma di cui conoscevano ogni angolo per partire alla volta dell’incerto.
Timore e poi la fortuna di imbattersi in due simpatici baristi italiani che a Vancouver si erano stabiliti da tempo e che han preso sotto la propria ala protettiva Andrea permettendogli di ricongiungersi alla sua famiglia.
Ora un bed & breakfast e due splendidi figli, Serena e Emmanuel, perfettamente bilingui, anzi trilingui!
Ci hanno raccontato la loro storia e mettono a disposizione la loro esperienza a chi decida di lasciare l’Italia.

 




«Io e Rosa siamo nati e cresciuti a Torino da genitori meridionali, ma con le nostre rispettive famiglie abbiamo avuto sempre dei rapporti piuttosto conflittuali, perciò, poco più che maggiorenni, abbiamo lasciato le famiglie e siamo andati a vivere per conto nostro .
La mattina lavoravamo e la sera andavamo a scuola.

Vancouver DSCN1215[1].JPG

Nel giro di pochi anni abbiamo messo su un po’ di risparmi e quindi abbiamo deciso di sposarci, acquistando in seguito un bar nel centro di Torino. Le cose al bar andavano a gonfie vele, in pochi anni, lavorando giorno e notte con devozione e sacrificio, siamo riusciti ad incrementare la clientela del 70 % rispetto a quando lo avevamo comprato. Ma, nonostante le soddisfazioni sotto il profilo lavorativo, in noi cresceva sempre più il desiderio di lasciare il nostro Paese.

Con il tempo abbiamo cominciato a riflettere anche sul fatto che ci sarebbe piaciuto allargare la famiglia, ma sapevamo che questo progetto sarebbe stato impossibile da realizzare poiché eravamo molto impegnati entrambi con l’attività per 18 ore al giorno.
Così di punto in bianco abbiamo deciso di vendere il locale, mettere su famiglia e cercarci rispettivamente dei lavori sotto padrone che ci permettessero di crescere i nostri figli.

I bambini sono arrivati ed il desiderio di lasciare l’Italia, nato in noi diversi anni prima, si faceva sempre più insistente.
Abbiamo cominciato a pensare al futuro dei nostri figli e a ciò che avrebbero potuto fare “da grandi” con una laurea in tasca in una città come Torino.

La risposta alle nostre domande era sempre le stessa: l’Italia non offriva più grandi opportunità, la pressione fiscale era diventata insostenibile, per non parlare poi della sicurezza personale e pubblica. Dovevamo muoverci in una qualche altra direzione e farlo subito finché i bambini erano ancora piccoli!
Il punto era che non sapevamo né dove né quando né come e non avevamo nessuna idea.

Un giorno parlando con un’amica di questo nostro progetto, ci disse: «Perché non andate a Vancouver? Mio fratello vive in Canada da qualche anno e dice che Vancouver è una città fantastica».
Non sapevamo neppure dove fosse Vancouver! Fu lei a raccontarci qualcosa riguardo questa città e subito io e mia moglie pensammo che sarebbe stato un bene per i nostri piccoli imparare l’inglese ed il francese.

Vancouver SDC12208[1].jpg

Qualche settimana dopo questo incontro diedi presi un’aspettativa di 3 mesi al mio lavoro, ma era solo un palliativo, ero certo che non s
arei più tornato lì!
Ricordo la faccia del mio datore di lavoro quando comunicai le mie intenzioni: rimase alquanto perplesso per questa mia decisione improvvisa e mi disse che la porta era comunque sempre aperta se avessi deciso di ripensarci.


Alla notizia i nostri amici ci diedero dei pazzi,
pensavano che questo era un passo troppo azzardato, io e mia moglie avevamo due buoni posti di lavoro e lasciare il certo per l’incerto era prova di un bel coraggio! In effetti ci voleva coraggio, ma non eravamo spaventati, io e Rosa eravamo abituati fin da piccoli a cavarcela da soli essendo cresciuti senza appoggi familiari.
L’unica cosa che ci aveva sostenuti nell’arco della nostra vita era la fede e con quella fede adesso ero diretto a Vancouver: non conoscevo nessuno lì che mi potesse dare una dritta, non avevo nessun “gancio”, il mio inglese scolastico lasciava a desiderare, ma una cosa la sapevo: avevo assolutamente bisogno di uno sponsor per andar via dall’Italia.

Mia moglie mi ha sempre appoggiato ed incoraggiato in questo.
Ho lasciato lei e i bambini a Torino e sono partito alla volta del Canada nell’ottobre del 2007 con l’intenzione di cercarmi subito un lavoro dandomi un limite di tempo massimo, dopodiché, se non
avessi trovato nulla, sarei rientrato in Italia per ricominciare la mia vita da dove l’avevo lasciata.
Appena arrivato ho alloggiato in una casa famiglia (qui si chiamano homestay), piuttosto lontana dal centro della città.

Mi sono messo subito all’opera.
Ho preso alcune riviste di lavoro ed ho iniziato ad annotarmi dove si trovavano le zone industriali e dove potevo trovare aziende di costruzione meccanica di fresatura e tornitura (quello per cui avevo studiato in Italia da ragazzo).
Al mattino partivo di casa prestissimo
e mi ritiravo la sera, mi recavo di persona sul luogo , bussavo alla porta e chiedevo lavoro. Proprio come si faceva una volta .
Sentivo una grande forza dentro di me, la speranza e la fede erano le mie compagnie di viaggio.

Con il mio inglese povero di vocaboli cercavo di farmi capire al meglio, ma molto spesso al termine del colloquio nonostante si dicessero molto interessati al mio profilo professionale, la risposta era che non se la sentivano di farmi da sponsor.

Dopo aver girato a piedi in lungo ed in largo parte della città per tre settimane,una mattina mi fermai in un bar per prendere un cappuccino.
Notando che nel locale c’erano alcune insegne in italiano, chiesi alla barista se quell’attività appartenesse a dei miei connazionali e lei mi rispose di sì e che la proprietaria sarebbe a
rrivata da lì a pochi minuti.
Mi avrebbe fatto piacere incontrarla, fa sempre piacere quando sei in un paese straniero scambiare due chiacchiere con qualcuno che parla la tua stessa lingua. Perciò attesi che arrivasse insieme al marito.
Appena arrivati mi avvicinai per fare le dovute presentazioni e per complimentarmi del locale e così iniziammo a
parlare di me e dei miei sogni di stabilirmi a Vancouver con la mia famiglia stanco di un sistema italiano ormai al collasso.
I proprietari del bar si mostrarono cordiali ed entrammo subito in sintonia .
Gli ho raccontato degli innumerevoli colloqui che avevo avuto in quelle settimane e di come la gente era res
tia e titubante riguardo al fare da sponsor .
Abbiamo iniziato a frequentarci, io andavo spesso a fare colazione nel loro bar o a comprare la pizza nella loro panetteria, avevamo in comune molte cose anche perché io avevo fatto quel loro stesso mestiere per quasi dieci anni e perciò c’era una certa intesa quando si parlava di lavoro e delle sue problematiche.
La mia ricerca di trovare un lavoro come fresatore tornitore continuava giorno dopo giorno.










Vancouver SDC10139[1].jpg

Un sera fui invitato a cena dai proprietari del bar, ormai ero da poco più di un mese a Vancouver.
Al termine della cena questa coppia di imprenditori, con mia grande sorpresa, mi propose di entrare a far parte del loro staff e si offrirono di farmi da sponsor...”Alleluia!” gridai a gran voce! Ero certo che il Signore non mi aveva abbandonato!
La sera stessa chiamai mia moglie per raccontarle quanto mi era accaduto.

Presi i dovuti accordi con i signori R. e F. e dopo aver dato la mia pratica in mano ad un avvocato esperto di immigrazione, tornai a Torino per prepararci “al grande esodo”.
Con noi solo alcune valigie, qualche foto ed i nostri due piccoli gioielli: Serena ed Emmanuel.
Ci lasciamo Torino alle spalle nel 2008 e con essa i ricordi di un passato carico di grandi soddisfazioni ma anche di solitudine e sofferenza e cominciamo a guardare al futuro con gli occhi della speranza con un unico desiderio: dare un futuro migliore ai nostri figli.

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Eravamo pienamente consapevoli che migrare in un altro Paese ricominciando da zero alla soglia dei quarant’anni non fosse tutto rose e fiori.

Le maggiori difficoltà erano dovute alla lingua. Ma vedere i bambini felici e perfettamente integrati ci ripagava dei sacrifici e ci ha dato la forza di andare avanti.

Dal nostro arrivo qui ad oggi molte cose sono cambiate: i bambini parlano perfettamente l’inglese, io ho cambiato nel frattempo lavoro altre due volte e mia moglie ha realizzato il suo sogno di aprire un bed & breakfast cosicché può dedicarsi alla famiglia e ai bambini e nel contempo lavorare. Il nostro b&b è aperto a studenti internazionali e perciò abbiamo contatti con persone che arrivano da tutte le parti del mondo per studiare e per lavorare. Manteniamo inoltre i contatti anche con l’Italia, ci siamo prefissi infatti di mettere gratuitamente la nostra esperienza  al servizio del prossimo, cercando per quanto è nelle nostre possibilità di dispensare consigli utili e pratici a chi ne fa richiesta, consigli che non si trovano sulle guide turistiche o sui libri poiché sono parte del bagaglio personale di chi sul posto già ci vive e può metterne in luce i pro e i contro.
Quest’anno sono tornato in Italia e quando sono atterrato all’aeroporto mi sono sentito un pesce fuor d’acqua, come se quel mondo ormai non mi appartenesse più. È brutto da dire, ma non mi sentivo più a casa, un estraneo nel suo Paese natio.

Dell’Italia mi manca la storia, l’arte, la cucina, cose che tutto il mondo ci invidia.

Vancouver è una città giovane in via di sviluppo dove etnie e sapori si incrociano.

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Le opportunità di lavoro non mancano e anche se non hai in tasca la famosa laurea qui puoi ugualmente fare strada.
Basta essere creativo ed avere voglia di metterti in discussione, talvolta iniziando da lavori umili e di manovalanza, ma passati i primi anni tutte le cose prendono una prospettiva diversa. Le opportunità quando diventi residente, infatti, sono notevoli sotto tutti gli aspetti.
Vancouver è famosa per esse
re tra le più città più vivibili al mondo, il tasso di criminalità è molto basso, le strade sono pulite, ben organizzate, scorrevoli, i servizi molto efficienti e la gente cordiale e sempre disposta ad aiutarti.
L’anno scorso Vancouver ha ospitato le Olimpiadi Invernali, un evento che l’ha lanciata sulla scena internazionale.

Il Canada in generale è un paese bellissimo, che offre grandi opportunità per chi vuole intraprendere una nuova strada in termini di lavoro e di stile di vita. Ed è un paese cosmopolita: gli abitanti provengono un po’ da tutto il mondo. Il Canada ha una popolazione di “soli” 34 milioni di abitanti pur essendo il Paese più vasto del mondo e per questo necessita di sempre nuova forza lavoro.


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Il sistema politico, amministrativo ed economico è molto efficiente soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione: qui l’iter da seguire è chiaro e ben definito (negli Stati Uniti è molto più complicato e molte volte imprevedibile). C’è poi l’aspetto naturale e ambientale: il Canada offre una ricchezza e varietà, a mio parere, unica al mondo!
Uno degli aspetti più difficili e complicati se si pensa di venire qui è il riconoscimento del titolo di studio o della licenza professionale. Prima di considerare il Canada come una possibilità concreta, consiglio di fare un’attenta ricerca sull’effettivo riconoscimento di questi ultimi.


Cosa ho imparato da questa esperienza?
Che le cose impossibili agli uomini  sono possibili a Dio... e io e la mia famiglia ne siamo una chiara testimonianza!

Di cosa mi sono pentito? ...di non essere venuto qui prima!»




Di
Silvia Coco

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