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VIAGGIO IN TIBET ORIENTALE




SENTIERI SACRI IN TIBET

Esistono ancora, al mondo, luoghi che emanano un¹atmosfera magica: il Tibet è uno di questi. Sicuramente, la lettura dei racconti dei primi esploratori occidentali stimolò in me, il desiderio di visitare questa terra così lontana. In particolare sognavo il Grande Tibet storico: l¹Amdo e il Kham, oggi incorporati nelle province cinesi del Qinghai, del Sinchuan, del Gansu e dello Yunnan. Ero affascinata dai suoi spazi aperti, dalle immense praterie e dalle sue genti dallo spirito libero e ribelle. Conoscevo il Tibet orientale. Avevo già attraversato i suoi paesaggi da western e conosciuti i suoi fieri abitanti. Per ben due volte, su sgangherati ed ansimanti bus di linea, stracolmi di tibetani stipati tra sacchi maleodoranti di lana di pecora e burro di yak rancido, avevo attraversato alcune delle strade più impervie e spettacolari al mondo. Stregata dalla bellezza fantasmagorica di questa landa, racchiusa da aspre catene montuose, alternate a verdi praterie e solcata da irruenti fiumi come il Salween, il Mekong, lo Yangtze, il fiume Giallo, lo Yalong, a distanza di un anno decisi in compagnia di un amico di ritornarvi utilizzando come mezzo di trasporto la bicicletta. L¹affollata e turbolenta città industriale di Lanzhou ci ospita prima della partenza. In questa città cantiere, adagiata lungo le rive del fiume Giallo, non rimane ormai più alcun segno del suo glorioso passato d¹importante guarnigione lungo la Via della Seta. Ed è proprio qui che inizia il nostro ambizioso programma di percorrere la carrozzabile che collega Lanzhou alla città di Chengdu nella provincia cinese del Sinchuan.

PIU' DI MILLE CHILOMETRI IN BICICLETTA

Davanti a noi ci aspettano più di mille chilometri da percorrere su strade asfaltate e sterrate, con circa una ventina di chili di bagaglio, distribuiti sulle ruote posteriori della bici. Affrontiamo quotidianamente, in sella alla bici, lunghe e faticose giornate. Di regola, ci alziamo all¹alba, e quando possiamo, consumiamo una veloce e frugale colazione a base di vecchi biscotti, té o caffelatte in polvere. Il numero di ore e chilometri da percorrere giornalmente è di volta in volta un¹incognita.
Si rimane in sella anche per 10 ore, comprese le brevi fermate per visitare i monasteri e per il pasto. Spesso, per la forte insolazione, l¹asfalto si scioglie divenendo una sorta di striscia appiccicosa che rallenta la nostra velocità. Ma per faticosa che fosse la giornata, l¹incanto del paesaggio ci ricompensa appieno. Tempo e spazio in questo contesto non hanno importanza. Quello che conta è entrare in perfetta sintonia con la natura e con la popolazione. Ovunque andiamo, non veniamo risparmiati dalla curiosità popolare. A gran numero: monaci di tutte le età, mercanti, giocatori di biliardo si stringono in un cerchio sempre più stretto attorno a noi affascinati dalle nostre biciclette.




UNO STUPEFACENTE MISCUGLIO ETNICO

Prima di entrare nella Prefettura Autonoma tibetana del Gansu, chiamata dai cinesi Gannan, oltrepassiamo una serie di montagne ricoperte da ³loess², il fertile terreno argilloso formato dalle piene del fiume e dal vento. Il contrasto tra il paesaggio maestosamente nudo che circonda i villaggi, diventa spettacolare. Da un lato il verde abbagliante delle coltivazioni, dall¹altro il giallo delle aride montagne. Sui ripidi pendii a terrazze, le coltivazioni di cereali, verdure varie, enormi girasoli e frutteti carichi di pesche, albicocche, susine, mele e arance, animano il paesaggio. Sita sul fondovalle intravediamo la cittadina musulmana di Linxia, un tempo importante arteria commerciale d¹Oriente. A Linxia, tutto parla d¹Islam: i veli di pizzo delle donne, i copricapi bianchi e la barbetta degli uomini, le centinaia di moschee e le cupole di legno dei minareti arricchite da delicati intarsi che si ergono come sentinelle al di sopra della fervida cittadina. Ovunque, si diffondono le preghiere dei muezzin (sacerdoti). Il ritmo della vita è scandito dalla moltitudine di botteghe schierate lungo le strade.
Lasciamo quest¹isola arabo-musulmana nel cuore della grande Cina. La miscela etnica che incontriamo lungo il nostro tragitto è stupefacente. Accanto ai numerosi cinesi Han affluiti per volere del governo di ³cinesizzare² il territorio tibetano, vivono in comunità compatte cospicue minoranze: Hui, musulmani di Cina dalle origini turche; Sala, tribù in esilio da Samarcanda; Tu, discendenti dei soldati mongoli; Kazakhi; Baoan; Dongxiang;Quingin; cosacchi; mongoli e naturalmente tibetani che oggi costituiscono una minoranza sulla propria terra. Per la vastità del territorio tibetano non c¹è da stupirsi di alcune differenze, di tipo etnico, linguistico e per il costume, fra gli stessi tibetani. Quelli che vivono nella regione orientale, sono suddivisi in diversi gruppi: tra i più importanti troviamo a nord gli Amdo-wa, mentre a sud i Kham-pa. Tribù ritenute selvagge dai tibetani stessi e dedite un tempo al brigantaggio, dove furti, omicidi, razzie e sparatorie erano all¹ordine del giorno. Formidabili guerrieri, legati al mitico personaggio di Gesar, cavaliere eroe che la leggenda vuole conquistatore di tutta l¹Asia Centrale, non si sono mai piegati alle mire espansionistiche dei cinesi, tenendo una certa indipendenza sia da Lhasa che da Pechino. Negli anni Œ50 hanno ferocemente combattuto contro gli invasori cinesi ed ebbero un ruolo determinante anche nella fuga del Dalai Lama. Oggi che le scorrerie sono terminate, la loro fama di guerrieri sopravvive nella memoria, nelle leggende, nei racconti degli anziani e il loro aspetto selvaggio non incute più timore. Tibetani dalla carnagione scura, dall¹alta statura, dai lineamenti affilati che esibiscono i loro canini in oro dietro ad intriganti sorrisi, ricordano gli abitanti del selvaggio West americano. Uomini e donne amano mettere in mostra tutto il loro patrimonio: collane di turchesi, coralli ed ambre; bracciali, anelli ed orecchini d¹argento tempestati di pietre semipreziose. Bizzarre sono le acconciature degli uomini Kham-pa che arrotolano, assieme alle lunghe trecce di capelli ingarbugliati, fasce di fili di lana rossa, arancione o nera, applicandovi sopra grossi anelli d¹avorio e monili d¹argento finemente intarsiato. E quasi a voler evocare legami con il West americano tutti portano uno o più cappelli in feltro, stile cow-boys. Le donne dividono la loro capigliatura in 108 treccine fissandole sul fondo con una striscia di stoffa alta circa 10 cm, adornata da centinaia di coralli e turchesi; oppure applicano sulla testa lunghe strisce di stoffa, ornate con grosse ambre.

LABRANG:L'INGRESSO AL MONDO BUDDHISTA

Violente e vorticose tempeste di polvere preannunciano l¹arrivo della pioggia. Un timido raggio di sole riesce ad aprirsi un varco nella fitta coltre di nuvole infiammando i tetti della città monastica.Il monastero di Labrang Tashkyl, appartiene alla setta dei Gelukpa, quella dei beretti gialli, votata al celibato e ligia alle tradizioni. Quello di Labrang oltre ad essere il monastero più grande dell¹Amdo è anche una delle sei strutture religiose più importanti del Tibet insieme a Ganden Sera, Drepung, Tashilhumpo e Ta¹er. Ogni giorno, alle prime luci dell¹alba, la città si risveglia. Da tutte le direzioni affluiscono frotte di pellegrini che cominciano a camminare in senso orario lungo il periplo del monastero assorti in una litania di preghiere. La religione è il motore che regola ogni attività ed ogni istante della vita quotidiana. Le koras, ovvero i giri che un devoto compie intorno a un luogo sacro, sono impressionanti. Anziani e giovani fanno scorrere tra le dita il rosario di 108 grani, usato sia per accompagnare le preghiere che per contare il numero di koras fatte; oppure ruotano il chökor, la piccola ruota di preghiera contenente i mantra, formule di invocazione trascritte su carta pergamena. Altri ancora per acquistare più meriti e accrescere il proprio karma ad ogni passo si inginocchiano e si sdraiano con il ventre a terra, poi si rialzano, fanno un altro passo e si genuflettono nuovamente.
Sul tetto dell¹edificio principale appaiono due monaci che portano alla bocca lunghe trombe telescopiche. Un suono profondo si diffonde annunciando l¹inizio della cerimonia religiosa. I monaci, attraverso danze e rituali accuratamente codificati nelle sacre scritture, insegnano le tradizioni e i valori del buddhismo tibetano. Per l¹occasione, indossano sfarzosi costumi di broccato intessuti d¹oro e portano appariscenti maschere di legno intagliato; le quali, nella forma più terrificante, interpretano le deità che combattono i demoni. L¹orchestra monastica, formata dai suoni dei cembali, dei tamburi, delle trombe e dei corni telescopici accompagnano le danze sacre (chaam). Le devastanti vicende politiche hanno spogliato il paese dalle sue ricchezze, ma non sono riuscite a toccare l¹anima dei tibetani.

RITMI ANTICHI PER UNA VITA SEMPLICE

La strada che conduce da Labrang alla cittadina monastica di Langmusi si snoda per circa 300 km arrampicandosi attorno ad una collina dopo l¹altra e valicando innumerevoli passi. L¹ago dell¹altimetro indica 3700 m di altitudine nel punto più elevato del percorso. Il sole splende, lontano si intravedono grandi nuvoloni neri carichi di pioggia o neve, correre come impazziti nel cielo blu intenso. La leggera brezza può d¹un tratto scatenarsi in una tempesta, freddo e caldo si alternano di continuo. Qui, in una sola giornata si avvicendano tutte le stagioni. Il paesaggio è brullo di una drammaticità che invita al silenzio. solo il nostro respiro affaticato e l¹attrito dei pneumatici rompono la quiete di questa landa sconfinata. Ed è qui in questo desolato deserto d¹erba che abbiamo i primi incontri con i nomadi tibetani (drok-pa). Vivono essenzialmente di pastorizia portando le loro greggi di pecore, capre e yak attraverso gli alti pascoli e conducendo una vita vagabonda sotto la tenda. Dalla pastorizia traggono quasi tutto il necessario per la loro sussistenza e hanno una stretta interdipendenza con la popolazione sedentaria (rong-pa). L¹economia si basa sull¹autarchia, la gente trova i mezzi di sostentamento soltanto nel proprio territorio. Parte dei prodotti ricavati dalla pastorizia, latte, burro, yoghurt, pelli vengono scambiati, in natura, con prodotti irreperibile come sale, té, fucili, munizioni, seta, argento, oro e pietre. La loro casa viene colLocata dove si trova un buon pascolo; dalla pastorizia traggono quasi tutto il necessario per la loro sussistenza. Al contrario, i rong-pa hanno adottato un sistema di vita noto come transumanza: solo alcuni pastori salgono con il bestiame ai pascoli estivi mentre la maggior parte della popolazione rimane nei villaggi per dedicarsi all¹agricoltura.

LA FINE DI UN SOGNO

Il mare d¹erba che si estende ad una ventina di chilometri da Langmusi mise a dura prova anche l¹esercito dell¹Armata Rossa durante la Lunga Marcia. La realtà selvatica di questa terra paludosa, la pioggia intermittente e il gelido vento freddo sfinirono e decimarono molti uomini. Il panorama è poco diverso da quello che videro i primi esploratori giunti fin qui. Nei loro diari vengono descritte le stesse distese erbose spazzate dai venti dove l¹unica presenza umana è quella dei pastori nomadi. La sconfinata prateria è interotta solo da una striscia sterrata e tortuosa. Pedaliamo in un paesaggio avvolto da una nebbia spessa, dove è difficile individuare il confine netto tra terra e cielo, sotto una pioggia torrenziale, in uno scenario vuoto, impressionante e senz¹anima viva. L¹impressionante massa di gelida acqua, la morsa implacabile del fango e le forti raffiche di vento che schiaffeggiano senza interruzione questo remoto luogo non ci danno tregua. Dopo una settantina di chilometri di desolazione, allineate lungo la carreggiabile, intravediamo migliaia di tende nere che incombono sul deserto erboso come sinistre ombre. E¹ proprio qui che inizia la minaccia più grande del nostro itinerario. Veniamo assaliti da cani robusti e dall¹aspetto malsano, addestrati per proteggere gli accampamenti dagli intrusi e tenere lontani i lupi. Veniamo rincorsi e accerchiati più volte. Pedalare in queste condizioni è difficoltoso, siamo ben contenti di essere accolti all¹interno di una tenda dove troviamo gradevole ospitalità.Un ragazzino ci induce ad accomodarci su due zolle d¹erba. Poi, con la massima disinvoltura si toglie le scarpe per calzare un paio di pantofole quadrettate. Il tepore di una vecchia stufa di ferro, alimentata da piccoli pezzi di legno e sterco, ci consente di riscaldarci ed asciugare i nostri vestiti e le scarpe ormai completamente inzuppate d¹acqua. Il codice d¹ospitalità dei nomadi è molto radicato, ci viene offerta una bollente tazza di tè che beviamo con gusto. Raggiunta Zoige, squallida cittadina cinese, per non mettere a repentaglio le nostre vite, decidiamo di non continuare il nostro viaggio verso Chengdu e di far ritorno a Lanzhou. Approffitiamo della breve tregua della pioggia. Inforchiamo nuovamente le nostre mtb per assaporare la fine della giornata e della nostra avventura. L¹immobilità e il silenzio di cui l¹incantevole scenario è impregnato conquistano la nostra anima. Questa calma apparente, in realtà nasconde una meditazione profonda, che qui si trasforma in stato naturale dell¹uomo. In lontananza scorgiamo la sagoma di una carovana scomparire nell¹infinito deserto d¹erba. Con tristezza ci chiediamo per quanto tempo questa gente, fiera e libera, potrà ancora errare nelle sconfinate praterie del Tibet orientale.


  AUTORE: Alessaandra Meniconzi

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